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Il petroliere

La febbre dell'oro nero dello spietato Daniel Day-Lewis, nel film candidato a otto premi Oscar

 


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Otto nomination agli Oscar 2008, candidato all'Orso d'oro al Festival di Berlino, un Golden Globe e un premio Bafta per la migliore interpretazione maschile già guadagnati dal protagonista Daniel Day-Lewis. Il petroliere di Paul Thomas Anderson, nelle sale italiane il 15 febbraio, è un film che segnerà la storia del cinema. E non solo per l'impareggiabile, superlativa, interpretazione dell'attore irlandese.

"C'è un intero oceano di petrolio sotto i nostri piedi e nessuno può arrivarci, tranne me" afferma Daniel Plainview (Daniel Day-Lewis) all'inizio della sua ostinata corsa all'oro nero. In un angolo della California dove tra fine Ottocento e inizio Novecento si combatte una durissima guerra per la ricerca e l'estrazione del petrolio, Plainview si trasformerà da povero minatore d'argento in ricchissimo tycoon. Ad aiutarlo solo la sua spietatezza, ambizione, ostinazione. E la sua febbre dell'oro.

Il film di Anderson, giovane regista di capolavori come Magnolia e Boogie Nights, è una storia epica sulla famiglia, la fede, il potere. La storia di un pioniere che non ha però nulla di leggendario. In nome del petrolio distruggerà tutto quello che ha, spazzerà via quel mondo isolato, arcaico, fatto di vecchi allevatori e predicatori evangelici, e lo sostituirà con trivelle, baracche, dinamite, pozzi, oleodotti.

Non ci sono figure eroiche nel film, non c'è redenzione, e non c'è mai ricerca di complicità con lo spettatore. Questa è la principale grandezza del film: lo scenario è scarno, i sentimeti estremi e violenti, i visi affilati. Anche la fede è eccessiva, non offre salvezza. Per sottolineare queste continue dissonanze Anderson ha scelto la musica di Johnny Greenwood, chitarrista dei Radiohead: suoni sinistri, atmosfere inquietanti, disturbanti, mai liriche. Il tutto contribuisce ad un affresco cinematografico innovativo, moderno, spiazzante. Al centro del quale c'è un grandissimo Daniel Day Lewis, tornato sullo schermo a cinque anni dall'interpretazione del terribile "butcher" di Gangs of New York. "Lavorare con Daniel è un privilegio che pochi registi hanno avuto. - ha confessato il regista - Io ho dovuto trovare il coraggio di chiederglielo, ma ho sempre saputo che c'era una sola persona adatta a questo compito".

Flavia Capitani



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